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Cybersquatting e normativa italiana: che cosa si rischia se si pratica?

In questo articolo parleremo di cybersquatting, una delle pratiche poco corrette riguardanti i domini web che molti dei gestori “onesti” di siti non conoscono, ma in cui possono sempre incappare.

Il cybersquatting è, per prima cosa, quella pratica che viene effettuata da chi si occupa di compravendita di domini. Io posso registrare un dominio nuovo per un mio progetto, e lì non c’è nulla di male, oppure posso registrare un dominio nuovo da proporre ad altri ad un prezzo maggiore in futuro. Questa è una pratica per cui non c’è nulla di strano.

Se, però, io registro un dominio con il nome registrato da un’azienda al fine di farglielo pagare a peso d’oro perché ne ha bisogno, questo è cybersquatting: praticamente è un ricatto digitale, che io metto in atto proprio come se impedissi a chi lavora in quell’azienda di entrare nell’edificio a meno che l’azienda mi paghi una certa somma. Si fonda sulla regola basilare della compravendita dei domini: il primo che registra il dominio, è suo. Anche se (almeno per le regole di ICANN, la società che gestisce i nomi a dominio) si tratta di un marchio registrato da un’azienda.

In realtà, ICANN stessa ha pubblicato un documento con delle linee guida, recepite poi da altri enti che si occupano di registrazione (come quello italiano) secondo il quale, se qualcuno pratica Cybersquatting, il dominio può essere tolto a favore dell’azienda che detiene i diritti sul marchio. Il problema è che queste linee guida non possono essere attivate a discrezione dell’ente, ma solo dopo la sentenza di un giudice, e questo rende la procedura molto lenta.

Per cui il cybersquatting è illegale, e chi lo pratica potrebbe essere condannato, perché la giurisprudenza italiana lo assimila al reato di appropriazione indebita del marchio. Tra l’altro è illegale anche la pratica del typesquatting, registrare nomi a dominio molto simili a quello originale (ad esempio, respubblica.it), che è considerata pratica di concorrenza sleale confusoria.

Tuttavia si viene a creare una situazione paradossale: la pratica è illegale, ma i costi per affrontare un processo sono spesso maggiori della cifra richiesta dallo squatter, così che per l’azienda diventa conveniente cedere al ricatto piuttosto che intraprendere la via della giustizia, e la pratica continua. Non solo: se lo squatter non è italiano (o dello stesso paese dell’azienda), come è successo a Mediaset, la giustizia italiana non vale più ma conta la giustizia internazionale, per mezzo di un’arbitrato, i cui costi sono esorbitanti.

Insomma, la pratica è illegale ma la giustizia in questo campo è così complessa che, di fatto, al momento il cybersquatting continua senza problemi: meglio quindi fare attenzione e registrare quanti più domini possibili per evitare di esserne vittime. Anche perché, se lo fossimo, la situazione sarà molto più complessa rispetto a quanto potremmo immaginare.

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AUTHOR - Redazione

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